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La maternità nella GenZ

Una ragazza della GenZ che riflette sulla maternità

Sono una ragazza nata nel 1995 e questo mi fa entrare – per il rotto della cuffia – nella Generazione Z (abbreviato GenZ, perché abbiamo fretta), detta anche dei “Centennials”. I “Centennials” perché siamo i nati a cavallo del nuovo secolo (1995-2010). Il fatto di appartenere a questa generazione influenza tante cose di me: l’educazione ricevuta, i gusti che ho, le battaglie che voglio combattere e quelle che già so che lascerò perdere ma anche, inevitabilmente, la mia idea di famiglia. Ancor più nello specifico, la mia idea di maternità. Per questo oggi parleremo della maternità nella GenZ.

Cosa sembra rendere felici i ragazzi della GenZ

In un mondo iper-produttivo come il nostro e in cui trovare il proprio posto nel mondo a livello lavorativo e affettivo non è per niente semplice, è facile pensare che, in fondo, l’avere una propria famiglia sia tutto sommato qualcosa di sacrificabile. Del resto, quel che è importante è:

  • trovare il modo di sostentare sé stessi, facendo il lavoro che piace e appassiona;
  • circondarsi di amici…

… e la propria vita sarà automaticamente felice.

Praticamente, se per le nostre mamme il principe azzurro era in carne, ossa e pieno di soldi; oggi lo stesso principe si chiama lavoro. Lui ci soddisferà, ci amerà e ci corrisponderà sempre: mica come quello str***o umano da cui poi divorzieremo. Eh.

La falla sulla riflessione sulla maternità della GenZ

In questa visione, come in quella precedente, c’è una falla. Ossia che il lavoro non ha questo potere perché non è così. Il lavoro, come le persone, non si adatta a ogni nostro singolo bisogno rinchiudendoci in una bolla narcisistica in cui saremo sempre soddisfatti. Anche in quel caso in cui non sarà lacrime e sangue, comunque presenterà i suoi problemi e – sicuramente – non ci amerà. Noi possiamo amare il nostro lavoro, ma il nostro lavoro non può amare noi. E se, oltre a quello, non ci costruiamo una vita sufficientemente appagante, il rischio di risvegliarci dopo anni disillusi, è altissimo.

Intendiamoci, anche puntare solo sulla costruzione di una famiglia può far illudere, perché il punto focale della felicità umana – mentre e non dopo aver realizzato sé stessi – è la generatività, non la generazione.

Qui, a questo punto, sarebbe meglio fare un lavoro sulle proprie priorità.

La generatività

Un atteggiamento alla vita che ci può rendere trasversalmente felici sia che siamo single, fidanzati, sposati, consacrati o anche divorziati (risposati o meno) è il sentirci generativi. Cosa significa? Impattare positivamente sulle altre persone e di conseguenza sulla società e le sue strutture. Lo si può fare prendendosi cura degli altri e portandoli a maturazione. È una cosa diversa dal sentirsi “creatori” di qualcun altro, perché un essere umano che si sente creatore sarà anche portato a possedere. Avete mai sentito il detto che le mamme spazientite dicono molte volte al giorno “come ti ho fatto, ti distruggo”? Naturalmente non lo dicono in questo senso, però queste parole nascondono una grande verità. Infatti, se per il fatto di averti “creato” sento che sei in mio possesso posso anche prendermi il diritto di distruggerti, perché ti ho fatto io. Il merito che tu sia qui è mio e solo mio e come sei e sarai lo decido io. La generatività, invece, è accompagnare senza possedere e nella più piena libertà.

Vai qui per approfondire il tema della generatività (anche dal punto di vista sociale).

La maternità nella GenZ è una sfida perché sembra togliere libertà

Spunti psicologia e cristianesimo

Questo modo di vedere la maternità non è solo molto mariano* ma anche inclusivo: ci rientra a pieno titolo anche chi biologicamente non può generare, che sia per sterilità o per scelta o ancora chi, pur potendo e magari avendolo già fatto, decide di “dare la vita” a qualcuno che è stato meno fortunato. O, ancora, a chi svolge mestieri educativi, in cui è importante la relazione d’aiuto. Infine anche semplicemente vuole avere un rapporto più costruttivo con i colleghi o le persone intorno a lui/lei.

Un altro vantaggio è quello di metterci davanti a una realtà: non siamo gli artefici della felicità di chi generiamo. Anche se, certamente, dal nostro comportamento ne dipende una buona parte. La realizzazione di una vita però richiede soprattutto che quella stessa vita abbia voglia di fiorire. Questo non possiamo controllarlo.

La visione della maternità della GenZ nel lavoro concreto di psicologa

In un certo senso, anche facendo bene il mio futuro lavoro, la psicologa, potrò essere “madre”. Non nel senso di pormi in modo materno con i pazienti, ma proprio di accompagnare a fioritura. Non si tratterà di scegliere se la persona di fronte a me sarà un girasole o una peonia ma, molto spesso, di aiutarla/o a permettersi di essere sé stesso/a al meglio possibile.

Sembra semplice, ma non lo è. Specie per chi ha sempre silenziato i propri bisogni.

E se dovessi fare un altro lavoro, per qualsiasi motivo, potrò sempre pormi nell’ottica di far crescere il piccolo pezzo di mondo che mi è affidato. Questa possibilità ci rende molto liberi, più che decidere per la castrazione dei nostri desideri o l’autodistruzione, che sembrano atti di libertà. Questo finché non ci si rende conto del peso che comportano sul nostro cuore e su quello di chi si ha accanto.

La visione della maternità della GenZ e i suoi effetti sulla società

“Prendersi cura” è anche un modo bello e appagante di contribuire a creare una società più giusta e bella, meno schiava delle frustrazioni e delle brutture. Può sembrare un discorso idealistico ma non si sta parlando di una società perfetto, solo meno triste e rabbiosa. Una società dove anche se “devo fare ciò che devo” non perdo il gusto della vita, ma riesco ad assaporarla fino all’ultimo respiro. Tutti, nel nostro “piccolo piccolissimo” possiamo aiutare qualcun altro a “sentire ancora il gusto” e anche questa è maternità. Un’ idea di maternità che non esclude gli uomini che, anzi, la possono inglobare nel loro essere padri, così come le donne possono imparare qualcosa dalla paternità.

Conclusioni

In conclusione, a me e a chi come me è una ragazza o un ragazzo della GenZ, a chi ha avuto paura di avere dei figli perché non si sentiva in grado, a chi ritiene che unicamente il lavoro lo realizzerà, voglio lasciare questo messaggio: il mondo produttivo ha tutto l’interesse nell’avere lavoratori che pensano solo al lavoro e dunque ci spinge a rinunciare a tutto per esso, ma prima o poi il meccanismo si incepperà perché non ci sarà nessuno a cui chiedere tale rinuncia. Ma soprattutto, avremo creato un idolo che doveva servire a colmare tutte le nostre lacune, ma non può farlo. Un credente può, e deve, chiedersi Chi è l’unico che può chiedere di “rinunciare a tutto per sé” ma anche un non credente può, e deve, chiedersi quali sacrifici e per cosa o per chi è disposto a farli. La soluzione? Vivere una vita “integrata” in cui lavoro, famiglia e tempo per sé abbiamo spazi adeguati. Un’utopia? Forse sì, ma il nostro compito non è tanto vivere in un’utopia, ma fare passi concreti, uno alla volta, per raggiungerla. Il percorso e l’impegno ci daranno la vera gioia.

*(ricordiamo che la Madonna ha visto un figlio morire in croce e lo ha lasciato fare, in libertà, perché ha capito che “era cosa buona”) il che non significa lasciare che i figli si autodistruggano in senso letterale, solo accompagnarli a capire qual è la volontà di Dio per loro (o le loro attitudini, in salsa meno credente) e assecondarla.

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