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Dante – il film | Vita, morte, miracoli e amore vero (recensione CON spoiler)

La storia di Dante nel film: parte 1

Qualche giorno fa sono andata con una amica psicologa al cinema a vedere il nuovo film su Dante Alighieri di Pupi Avati e l’ho trovato perfetto per essere recensito qui, integrando la recensione con qualche riflessione psicologica che non fa mai male.

Molto spesso si “riduce” Dante alla sua Divina Commedia cosa che, anche se assolutamente comprensibile data l’importanza dell’opera, non rende l’idea di chi sia “l’uomo-Dante”. Descriverlo è, invece, l’idea alla base di questo film (e ciò che forse ho apprezzato di più). Il protagonista, interpretato da Alessandro Sperduti, è un ragazzo idealista e sognatore che, come molti, si ritrova a fare i conti con il prezzo – anche economico – dei propri ideali. Innamoratissimo di Beatrice (Carlotta Gamba), la vede sposarsi con un altro uomo e poi morire a soli 24 anni. Sarà per questo che avrà un posto imperituro nel suo cuore e nella cultura italiana, ma anche uno struggimento tale che convince i suoi parenti a farlo sposare a sua volta con Gemma Donati (Ludovica Pedetti da giovane ed Erika Blanc da anziana).

Dante che scrive la Divina Commedia - scena del film di Pupi Avati
Dante mentre scrive la Divina Commedia nel film di Pupi Avati

La storia di Dante nel film: parte 2

Proprio da lei avrà tre figli: Jacopo, Pietro e Antonia (il quarto, Giovanni, non è storicamente certo). Dovendo cercare di mantenere la famiglia, ma conservando i suoi ideali di difensore del popolo, sceglie di concorrere per il priorato e ciò è causa della sua storica amicizia con Guido Cavalcanti (Romano Reggiani). All’epoca, infatti, i priori decisero di espellere la nobiltà da Firenze, nobiltà di cui Cavalcanti faceva parte. In seguito, come è ben noto, anche Dante sarà esiliato da Firenze: dalla sua amatissima città ricevette tra i più grandi dolori. Nel film ciò è reso magnificamente con un espediente: Giovanni Boccaccio (Sergio Castellitto), uno dei più grandi estimatori del Poeta, viene incaricato di portare a Suor Beatrice (Antonia, la figlia, interpretata da Valeria D’obici) dieci fiorini d’oro come risarcimento – pur tardivo – per il trattamento ricevuto dal padre per mano dei fiorentini.

Nel suo viaggio, Boccaccio ripercorre tutte le tappe della vita del vate, intervistando chi lo aveva conosciuto ed emozionandosi tramite i loro racconti, specie quando essi toccavano le difficoltà da lui vissute.

La storia di Dante nel film: parte 3

Il viaggio di Boccaccio, pieno di peripezie, si conclude proprio nel monastero dove vive Suor Beatrice (probabilmente quello delle Olivetane di Ravenna) dove egli rischia di non poter portare a compimento la sua missione. La monaca non vuole vederlo in quanto fiorentino, perché non riesce a perdonare ciò che la popolazione ha fatto a suo padre. Alla fine, però, entrambi si ritrovano in una commovente scena notturna a ricordare un uomo importante per entrambi: padre biologico dell’una e spirituale dell’altro… e sarà proprio ricordando quanto dolore ha portato l’inimicizia tra Dante e i fiorentini a far sì che Suor Beatrice si apra alla strada del perdono.

Box di approfondimento: una suora che non riesce a perdonare

Siamo abituati a pensare che i religiosi, solo perché sono tali, abbiano la “bacchetta magica” nelle questioni di fede e psicologiche. Purtroppo, anche se la formazione alla vita religiosa allena al perdono e dà diversi stimoli per poter vivere cristianamente, non è detto un religioso riesca sempre e in tutti i momenti ad attuare quanto studiato e vissuto. Innanzitutto perché, anche la saggezza popolare lo dice, un conto sono i libri, un altro l’esperienza.

Non basta leggere la Bibbia o le vite dei santi per essere in grado di attuare ciò che vi è scritto, senza contare che bisogna sempre calarlo nell’esperienza concreta della persona. Sicuramente ci possono essere delle difficoltà personali o anche psicologiche alla base di alcuni atteggiamenti, ma non è detto. A volte, semplicemente, sono esseri umani. In quanto tali, come tutti, necessitano anche delle tempistiche psicologiche adatte per poter perdonare. Un utile libro che parla di perdono (da un punto di vista psicoanalitico e laico) in situazioni di gravi abusi anche massivi (es. l’Olocausto) è “Trauma e perdono” della prof.ssa Clara Mucci ma per chi volesse approfondire con un più semplice e meno complesso da digerire emotivamente opuscolo, consiglio vivamente questo, scritto da Don Gianluca Attanasio della parrocchia Santa Giulia di Torino, chiamato “La convenienza del perdono”.

Storia di amori

La storia di Dante è in un certo senso, come tutte le storie umane, una storia d’amore, anzi di amori. Per Beatrice, per Firenze, per i poveri… e forse anche per i figli e per Gemma Donati, anche se pare che con lei non abbia avuto un matrimonio felice. Ci sarebbe anche da sottolineare, come si vede nel film, che Dante perse la madre molto giovane, la qual cosa lo rattristò molto. Il padre, poi, si risposò molto in fretta con un’altra donna, che impose al bambino di vedere come madre.

Sicuramente la decisione di mettere i suoi ideali davanti alla stabilità familiare ci potrebbe dire qualcosa della sua personalità e delle sue credenze (si allea con la parte politica opposta a quella a cui appartiene la famiglia della moglie) ma anche della sua capacità di difendere le cose per lui importanti a tutti i costi.

Se ti interessa, qui puoi trovare un mio articolo sulle conseguenze di svendere i propri valori.

Costi però che qualcuno dovrà sempre pagare: probabilmente in primis, oltre a lui, sua moglie e i suoi bambini. Niente ci vieta di pensare, infatti, che la difficoltà di Suor Beatrice nel perdonare ai fiorentini i torti compiuti verso il padre fosse dovuta anche alla propria sofferenza per la sua mancanza durante l’esilio. Il dolore, insomma, era anche il proprio. Sicuramente però i figli amavano molto il padre, infatti, Jacopo fu il primo studioso delle opere paterne.

Trailer del film

Cosa ci dice il film su Dante sulle relazioni?

Non è, come vediamo quotidianamente, sempre facile distinguere tra amore e odio. A volte si ama così tanto da odiare chi ci toglie “gli oggetti amati”. Altre volte, invece, amare è difficile se questi oggetti, o meglio, persone… fanno soffrire noi o altri che amiamo a nostra volta. Rientra nella normalità delle cose, ma è proprio da questa “normalità ferita” che possiamo evincere l’importanza del perdono. Possiamo fare la scelta di elaborare le nostre ferite e non trasmetterle tal quali a chi verrà dopo di noi. Questo è il modo migliore per restaurare la pace. Se ci pensiamo, la pace è ciò che maggiormente Dante avrebbe voluto per la sua Firenze. Per questo Suor Beatrice perdonando ha rispettato “il mandato” del padre o meglio ha deciso di incarnare i valori che lui le aveva sempre trasmesso.

Conclusioni

In conclusione, il film mi è piaciuto, soprattutto per il taglio biografico. Ho soprattutto apprezzato la scelta del “viaggio a ritroso” che Boccaccio fa sulle orme del Sommo Poeta. Sembra quasi una “rilettura” della sua vita, un riandare a scavare nel profondo, uno snodare i nodi, ritrovare il bandolo della matassa. Anche in psicoterapia, spesso, il terapeuta aiuta il paziente e ricostruire la propria storia di vita. Si rivela particolarmente utile specie laddove ci siano traumi. Perché? Riguardando la vita da una prospettiva diversa da quella che il trauma suggerirebbe, si torna ad aver voglia di viverla appieno. Questo processo è comune anche nell’esperienza spirituale, come ho scritto nell’ultimo articolo uscito per il Club Theologicum: Il cammino del discepolo | Psicologia della sequela.

E voi, che rapporto avete col perdono? Riuscite a perdonare o fate fatica? Parliamone nei commenti!

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