Fede e spiritualità nel trauma: lezioni psicologiche dal terremoto dell’Aquila

Fede e spiritualità nel trauma:  lezioni psicologiche dal terremoto dell’Aquila

Il nostro rapporto con la fede e la spiritualità è una delle dimensioni più intime e potenti della nostra esistenza. Ma cosa accade quando questa dimensione viene messa alla prova da un evento devastante e improvviso come un terremoto? Che ruolo giocano nel proteggere la nostra salute mentale o, al contrario, nell’aumentare la nostra sofferenza?

Questa è la domanda cruciale che si sono posti alcuni ricercatori italiani dopo il terremoto che ha colpito L’Aquila nel 2009. Attraverso tre importanti studi, hanno analizzato come le diverse forme di credo abbiano influenzato le strategie di coping dei sopravvissuti.

I risultati, ricchi di spunti per chiunque si occupi di benessere psicologico, ci offrono una visione chiara di cosa ha funzionato davvero per dare speranza e cosa, invece, ha acuito il dolore. Vediamoli insieme.

Quando la fede diventa un peso: il coping religioso negativo

Il primo dato, tanto delicato quanto fondamentale, riguarda quello che in psicologia chiamiamo “coping religioso negativo”. Si tratta di un modo di vivere la fede che porta a sentirsi puniti, abbandonati o traditi da Dio, generando profondi conflitti interiori e dubbi spirituali.

Gli studi hanno evidenziato una correlazione preoccupante: nelle persone che adottavano questa modalità di coping, aumentavano in modo significativo anche i sintomi depressivi e l’ideazione suicidaria.

Questo non è un dato isolato. Conferma, infatti, quanto già osservato in altri contesti clinici: un approccio negativo alla propria fede può diventare un fattore di rischio che amplifica la sofferenza psicologica, anziché alleviarla. Ne abbiamo parlato qui.

Esperienze mistiche, PTSD e sofferenza psichica: un legame da comprendere

Un secondo risultato molto interessante riguarda il legame tra esperienze “spirituali” intense e la sofferenza post-traumatica. I ricercatori hanno notato che le persone che avevano sviluppato un vero e proprio Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS) o che mostravano una maggiore ideazione suicidaria ottenevano punteggi più alti in una scala che misura la tendenza al misticismo e a una certa forma di “psicoticismo spirituale”.

Cosa significa? Queste persone riportavano con più frequenza:

  • La percezione di vivere esperienze mistiche particolari;
  • La sensazione di avere un accesso diretto e personale alla verità;
  • Il sentire “voci ispiratrici”;
  • Un’autostima insolitamente e apparentemente immotivata.

Questo non significa che la spiritualità sia di per sé un problema, ma suggerisce che, in un contesto di trauma acuto, alcune esperienze “straordinarie” potrebbero essere un segnale di una profonda frattura psichica piuttosto che un’autentica risorsa di coping.

Religione vs spiritualità: il vero sostegno è nella comunità

Forse il dato più illuminante è quello che distingue nettamente il ruolo della religione da quello della spiritualità individuale. Sebbene spesso usiamo questi termini come sinonimi, il loro impatto sulla popolazione aquilana è stato molto diverso.

La vera strategia di coping che ha aiutato le persone a ripartire non è stata la spiritualità intesa come percorso individuale, ma la religione organizzata. Perché?

La risposta sta nel “capitale sociale”. La religione, attraverso le parrocchie, i gruppi di preghiera e le organizzazioni caritatevoli, ha fornito:

  • Una rete di supporto concreto: un aiuto reciproco e tangibile tra le persone.
  • Norme e fiducia: un senso di ordine e prevedibilità in un mondo diventato caotico.
  • Sicurezza e appartenenza: la sensazione di non essere soli ad affrontare la tragedia.

In sostanza, è stata la dimensione comunitaria e sociale della religione a fare la differenza, offrendo quella struttura di sostegno che la spiritualità, vissuta come costrutto puramente individuale, non poteva garantire.

Cosa può insegna tutto questo?

Le lezioni che possiamo trarre da questi studi sono preziose per tutti.

  1. Per chi affronta una difficoltà: È importante essere consapevoli che un vissuto di rabbia e abbandono verso la propria fede è un sentimento umano, ma può diventare un campanello d’allarme per una sofferenza più profonda che merita di essere ascoltata, magari con l’aiuto di un professionista.
  2. Per chi sta accanto a una persona che soffre: Comprendere che non tutte le forme di “speranza” sono uguali può aiutarci a sostenere meglio i nostri cari, prestando attenzione a segnali di isolamento o, al contrario, a manifestazioni spirituali intense che potrebbero nascondere un disagio.
  3. Per terapeuti e guide religiose: Questi dati ci invitano a un dialogo sempre più integrato. Per un terapeuta, esplorare il vissuto religioso del paziente può offrire una chiave di lettura fondamentale del suo funzionamento psichico. Per una guida spirituale, riconoscere i segnali di un coping religioso negativo può essere il primo passo per indirizzare un fedele verso il supporto psicologico di cui ha bisogno.

In definitiva, nel lungo e difficile percorso di ricostruzione dopo un trauma, le risorse più efficaci sono quelle che ci riconnettono non solo a un “senso” più alto, ma soprattutto agli altri.


Fonti per approfondire:

Avatar Laura Zaccaro

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