Introduzione
Il film Buen Camino parla della relazione genitori-figli, inserendosi anche nel filone delle narrazioni di viaggio, ma va ben oltre la metafora del movimento fisico, accedendo a un livello psicologico e spirituale per me inaspettato. Attraverso una storia fatta di silenzi, relazioni imperfette e fragilità corporee, il film offre uno sguardo profondo sui cambiamenti della famiglia contemporanea e sulle difficoltà che bambini e adolescenti incontrano oggi nel costruire la propria identità.
Da psicologa dell’età evolutiva, propongo una recensione che metta in dialogo il film con la clinica adolescenziale, soffermandosi sui temi dei rapporti familiari intergenerazionali, del corpo come luogo di espressione del disagio, della malattia, della spiritualità e dell’identità femminile.
Famiglie che cambiano: ruoli incerti e adultizzazione precoce
Nel film emerge con chiarezza una rappresentazione della famiglia lontana dai modelli tradizionali: gli adulti appaiono spesso fragili, non pienamente strutturati nel ruolo genitoriale, attraversati da crisi personali e identitarie. Inoltre, in alcune scene è visibile il confronto con le rappresentazioni di famiglia delle altre generazioni e la mutazione dei valori: il padre di Checco – arricchitosi dedicandosi esclusivamente al lavoro – aveva come valore preponderante la dedizione ad esso e il mostrare l’affetto attraverso la materialità, valore che anche Checco ha appreso ma declinato diversamente: utilizza quel denaro esclusivamente in maniera edonica, non vuole lavorare e con la sua vita vuole mostrare la sua contrarietà totale al modello paterno, dimostrando dunque di esserne influenzato. Anche la figlia di Checco fa lo stesso percorso inizialmente, cerca qualcosa di più autentico rispetto ai valori familiari: da una parte un padre assente, dedito solo ai piaceri, dall’altra la nuova famiglia creata dalla madre, fragile perché non propone un vero e proprio modello ma punta solamente sull’ascolto emotivo.
Le interazioni genitore–figlio mostrano:
- confini generazionali sfumati;
- difficoltà degli adulti a esercitare una funzione di guida e contenimento,
- una tendenza alla relazione paritaria, più che asimmetrica.
Dal punto di vista della clinica adolescenziale, questi elementi rimandano a contesti in cui il ragazzo o la ragazza è chiamato a organizzarsi precocemente, sviluppando autonomie che non sempre poggiano su una base sicura (Bowlby, 1988; Ammaniti, 2010).
In seduta, questi adolescenti spesso si presentano come “funzionanti”, ma con:
- ansia elevata;
- difficoltà a riconoscere i propri bisogni;
- fatica a chiedere aiuto.
Il film rende visibile questo processo senza esplicitarlo, lasciando che sia lo spettatore a cogliere il peso emotivo di una crescita troppo anticipata.
Il corpo che parla: DCA e disagio adolescenziale
In alcune scene viene mostrata un’amica della protagonista che soffre di DCA e ha tentato il suicidio. L’approccio degli adulti con lei è da una parte ansioso – in chi ha paura di dire qualsiasi cosa ferendola – e chi “sfrutta” le sue fragilità per ottenere ciò che vuole. La presenza di queste scene è probabilmente volta a portare sul grande schermo uno dei problemi psichiatrici giovanili più diffusi nella nostra epoca.
In Buen Camino, dunque, il corpo occupa una posizione centrale. È un corpo osservato, controllato, affaticato, che sembra portare il carico emotivo di ciò che non viene detto.
Questo aspetto risuona fortemente con la clinica dei disturbi del comportamento alimentare, in costante aumento in età adolescenziale. Il corpo, in questi casi, diventa:
- luogo di controllo,
- mezzo di comunicazione del disagio;
- tentativo di dare forma a un’identità fragile.
Come sottolineano Bruch (1973) e Jeammet (2002), nei DCA il sintomo corporeo non è mai solo legato al cibo, ma rappresenta una difficoltà più ampia di regolazione emotiva e di costruzione del Sé.
Nel film, l’attenzione al corpo richiama proprio questa funzione simbolica: quando le parole mancano o non trovano ascolto, il corpo diventa linguaggio.
La malattia oncologica: la fragilità del corpo adulto
Un ulteriore messaggio sociale forte è rappresentato dal tumore alla prostata che colpisce il protagonista Checco. Questa malattia, che colpisce il corpo adulto maschile, è in netto aumento nella popolazione e quindi il film diventa così un incredibile strumento di prevenzione, inoltre serve ad affrontare anche il tema della vulnerabilità genitoriale sia dal punto di vista della fragilità della figura genitoriale in sé che della propria identità maschile.
Dal punto di vista psicologico, la malattia di un genitore può avere un impatto significativo sull’adolescente, soprattutto quando:
- non viene mentalizzata;
- non trova uno spazio di narrazione condivisa;
- genera silenzi o inversioni di ruolo.
La prostata, simbolicamente legata a virilità e continuità generativa, rende ancora più evidente la frattura tra l’immagine dell’adulto forte e la realtà di un corpo fragile. In clinica, questo può tradursi in:
- aumento dell’ansia;
- iper-responsabilizzazione;
- difficoltà a separarsi emotivamente.
Il Cammino di Santiago: spiritualità, corpo e trasformazione
Il Cammino di Santiago rappresenta nel film uno spazio simbolico di trasformazione, più che un semplice percorso fisico. È un tempo sospeso, scandito dalla ripetizione dei passi, dalla fatica e dall’essenzialità.
Dal punto di vista psicologico, il cammino può essere letto come un rito di passaggio (Van Gennep, 1909):
- separazione dalla quotidianità;
- attraversamento della fatica;
- possibilità di una riorganizzazione interna.
La spiritualità evocata non è necessariamente religiosa, ma riguarda una ricerca di senso che passa dal corpo e dall’esperienza incarnata. Per molti adolescenti, soprattutto oggi, il senso non si costruisce attraverso discorsi astratti, ma tramite esperienze concrete, lente, condivise.
Il cammino diventa così un contenitore simbolico capace di tenere insieme:
- dolore;
- malattia;
- confusione identitaria;
… senza la pretesa di risolverli immediatamente.
Identità femminile e funzione materna: una femminilità adattiva
Particolarmente significativa è la figura materna, la cui identità appare dipendente dalla relazione di coppia. La madre della protagonista sembra adattarsi all’uomo che ha accanto, modificando scelte, atteggiamenti e posizionamento personale.
Dal punto di vista evolutivo, una madre con un Sé poco definito può faticare a offrire:
- un modello identificatorio stabile
- una funzione di rispecchiamento
- un contenimento emotivo sufficientemente solido
Come evidenziano Winnicott (1965) e Chodorow (1978), la costruzione dell’identità femminile passa anche dalla possibilità di identificarsi con una madre soggetto, non solo funzione. Nel film, questa fragilità materna apre interrogativi importanti sulla trasmissione transgenerazionale dei modelli di femminilità.
Le altre due figure femminili principali sono la nuova compagna del protagonista, che conoscendone il pensiero punta sull’estetica e sulla menzogna per mantenere la relazione con lui e una aspirante suora che, in precedenza, ha studiato Medicina e che, dopo aver preso la decisione di consacrarsi è stata rifiutata dal padre, che però poi ha assistito fino in punto di morte. Questa figura è particolarmente centrata a livello di identità personale e offre un modello positivo nel film non solo perché fa a tutti da guida umana e spirituale ma anche perché rappresenta per la ragazza uno specchio in cui riflettersi: entrambe sono state rifiutate dal padre e la donna le offre – senza imporlo, ma spiegandolo – un modello trasformazionale del dolore che passa attraverso il perdono. Inoltre, quando riceve le avances di Checco le rifiuta, affermando la propria identità e la propria scelta, con ironia e senza recriminazioni.
Domande per il dialogo
- Quale personaggio ti ha colpito di più e perché?
- In quali momenti ti sei sentito/a vicino/a alla protagonista?
- Che idea di famiglia emerge dal film? È simile o diversa dalla nostra?
- Che ruolo ha il corpo nella storia? Cosa comunica?
- Il cammino ti sembra una fuga o una possibilità di cambiamento?
È importante che l’adulto ascolti senza correggere o spiegare, accogliendo anche letture diverse dalle proprie.
Conclusione
Buen Camino è un film che parla con delicatezza, ma affronta temi profondamente attuali. Racconta adolescenti che crescono in famiglie in trasformazione, adulti fragili, corpi che diventano linguaggio e una spiritualità che offre spazi di senso.
Per chi lavora con bambini e adolescenti – e per chi è genitore – il film rappresenta un’occasione preziosa per fermarsi, guardare e ascoltare. Proprio come accade lungo un cammino.
Se vuoi vedere il trailer del film, clicca qui.
Riferimenti bibliografici per approfondire
- Ammaniti, M. (2010). Adolescenti senza tempo. Raffaello Cortina.
- Bowlby, J. (1988). Una base sicura. Raffaello Cortina.
- Bruch, H. (1973). Eating Disorders. Basic Books.
- Chodorow, N. (1978). The Reproduction of Mothering. University of California Press.
- Jeammet, P. (2002). Psicopatologia dell’adolescenza. Borla.
- Van Gennep, A. (1909). I riti di passaggio. Bollati Boringhieri.
- Winnicott, D.W. (1965). The Maturational Processes and the Facilitating Environment. Hogarth Press.
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